Da adesso in poi: welcome home Zac

Abstract: sto riempiendo il bilocale di piante ed ho adottato un gatto. Ho capito che non mi va più di aspettare di fare le cose che mi fanno stare bene, iniziando ad ignorare tutti i tremila “ma se poi, come si fa” che poi provengono sempre dagli altri e manco da me. Insomma, proprio come disse il saggio, it’s better an “oops” than a “what if”, e ora più che mai, visto che di tempo ne abbiamo già perso parecchio.

Sono state settimane impegnative; what else is new. E sono successe una quantità di cose infinite. E per lo più emotivamente. Potrei parlare di torte, di tutte le carte astrali, degli infiniti km a piedi e delle zanzare di Villa Bardini durante quello shooting, dei traaah urlati dopo una battuta dall’altra parte di un plexiglass, dei mercoledì sera a commentare Realtime, dei gossip moments con i piedi nell’acqua della piscina delle Pavoniere o delle Yankee Candle in via del Porcellana, accese insieme alle sigarette la sera stessa dopo una rottura di Settembre. E qui mi devo fermare. Ma nella mia cucina da un po’ regna un post-it con sopra annotato: “Stop worrying about the future. You’ll end up where you’re supposed to be, cause everything happens for a reason.” E allora, visto che tutte le volte che lo leggo sembra sortire il suo effetto, forse è giusto che inizi a pensarla così anche a sto giro, ora che non potrò più contare su qualcuno che entrerà in ufficio più in ritardo di me.

E quindi iniziamo a fornire i dettagli sulle piante. Non sono mai stata una dal pollice verde; anzi, più che verde, ho viaggiato sempre su tonalità smaltate di rosso scuro e tonalità nude. Ma da quando più di un anno fa il mio capo in ufficio ha deciso di riempirci la stanza di pothos, ficus e tronchetti della felicità, dopo aver letto di quanto potessimo beneficiarne per purificare l’ambiente, naturalmente di default extremely toxic, ho sviluppato un certo feeling con queste cose verdi e animate and so here we are again. E fu così che dopo essere stata l’unica ad annaffiarle per più di un anno, ho vinto la loro simpatia e il ruolo di Head of Plants (che accanto a quello di Emotional Assistant, I’m pretty sure it will add some extra value on my resume.)

Conquistato quindi il feeling con le piante grazie a questo bizzarro e simpatico siparietto, mi ci è voluto un intero anno e un lunedì pomeriggio emotivamente bruttino per finire in un vivaio vicino casa, entrare col solo interrogativo di una catarsi immediata, ed uscire con due piante scelte sulla base di non so quale istinto, senza il benché minimo criterio di dove avrei potuto posizionarle (e quantomeno non farle morire.) Non ho ancora il potere di leggere nel pensiero delle persone ma vi assicuro che non appena ho varcato la soglia del vivaio con quel carrellino tremolante che manco Harry e Ron al binario 9 3/4, la tizia che me le ha vendute ha sospirato a lungo e sicuramente pensando: “addio piantine mie, vi ho fatte nascere e crescere e adesso andrete sicuramente a morire con questa che già non saprà anche solo come farvi entrare in quella pseudo macchina.”

Ma sapete quelle giornate che esci da lavoro e non hai proprio voglia che quanto successo, possa condizionare la tua serata? Ecco, quella era una di quelle. Quando succede, io sento solo il bisogno di creare o fare qualcosa di molto bello, così da ricordarmi di quel giorno solo per questo. E visto che adesso i bar chiudono alle 6pm, mi sono ritrovata a passeggiare al tramonto tra mille varietà di piante diverse, e figuriamoci se non mi rimaneva attaccato qualcosa prima di venire via.

Io che cerco di capire come far entrare tutto in macchina ma soprattutto perché mi ritrovo sempre in queste situazioni

Effetto pla(nt)cebo? Sincerely don’t know at all. Ma avere le piante in casa ti cambia tutta l’energia che ti circonda, e quindi, ne sono già completamente addicted (ancora non le ho uccise but If you dare I’ll keep you updated about this part of the journey.)

E poi il gatto. Perché? Perché erano tipo due anni che ci pensavo, che ne volevo uno, che poi aiuto, ma a chi lo lasci quando vai via, e poi come fai, e poi se ti trasferisci di casa, e poi e poi e poi, e poi basta, lo prendo e poi si vede ragazzi miei. Rimanendo sempre in tema J. K. Rowling, se è vero che è la bacchetta a scegliere il mago, e non viceversa, non mi sono mai troppo accanita (ossimoro divertente) nella ricerca del gatto da portarmi sul divano. Uno, perché faccio tre lavori e non ho così tanto tempo per fare i casting con le associazioni; due, perché ho anche altro nella vita e avrei vissuto ugualmente. “Quando arriverà quello giusto, arriverà e basta.”

Volendola romanzare just a little bit, possiamo incorniciare l’incipit di questa banale avventura raccontando di quando una sera, all’inizio di una primavera noiosamente abituale, mi sono trovata nel feed di Facebook l’annuncio di questo gatto abbandonato. Era grigio, con l’espressione infastidita e quindi bellissimo. Mando la foto a Lisa e la risposta poteva essere solo una: “Questo è uguale a Zelain, è lui, deve essere nostro.” Allora telefono a Monica, una volontaria incredibile non facente parte di nessuna associazione di nazigattari che ti chiedono ottomila presentazioni prima di negarti anche un colloquio conoscitivo, ma che invece si accolla spese e impegni del volontariato praticamente tutto da sola.

(Avete mai provato ad adottare un gatto dalle associazioni? Di quelli che “Ci mandi una breve presentazione e le faremo sapere.” – “Ciao, mi chiamo Chiara, vivo in un bilocale con terrazzo e faccio la social media manager. Altro non saprei”, e poi manco ti richiamano. Se la vostra risposta è sì, siete degli eroi.)

Mi comunica di aver sottoposto il gatto a tutti i controlli, e decidiamo di incontrarci in pausa pranzo sotto l’ufficio in settimana. Io e Lisa ci presentiamo emozionate come due vere madri che avanzano verso il ricevimento professori con quello di matematica, quando tuo figlio frequenta il classico ed è iscritto alla quinta ginnasio. Passiamo il colloquio conoscitivo e impieghiamo le successive 24 ore in una trepidante attesa, ad aspettare emozionate il momento in cui il gatto sarebbe entrato in casa mia, il primo giorno di aprile, come un vero e proprio scherzo ma che non avrebbe fatto sicuramente ridere Serge.

“Come lo chiamiamo?” – “I gatti grigi vanno chiamati tutti con un nome che inizia per Z. (…) Zachary Efron, per gli amici Zac.”

“Se per te va bene, vengo a consegnarti il gatto alle 6.” Allora ci fumiamo la pausa pranzo in soli 30 minuti per poter uscire di lavoro alle 5 e fermarsi a comprare tutto. Ed è proprio in momenti come questo, che poi sono pure parecchi, che mi interrogo sulla nostra amicizia. Sì Lisa. Quando ti ritrovi ad avere solo 10 minuti per saccheggiare il primo e secondo piano dell’Isola dei Tesori di via Baracca, correndo tra gli scaffali e buttando nel carrello tutto ciò che ti viene in mente, ma soprattutto cercando di afferrare una lettiera su uno scaffale altissimo, mentre hai in mano altre tremila cose. “Ma com’è che ci troviamo sempre in mezzo a queste situazioni, e poi guarda che sono sempre con te quando mi succedono!” Ragazzi, neanche un episodio di Lizzie McGuire della prima stagione arriverebbe a tanto. Forse dovremmo portarci appresso un cameraman 24h/day e sperare che Mediaset richiami prima o poi, accorgendosi del nostro talento. Nel frattempo, stiamo cercando di avviare un business di coltivazione di ortaggi sul balcone di via Ponte alle Mosse, from seeds to germogli in 2 weeks. Che poi, nei video che postiamo sembra che siamo sempre felici ma in realtà spesso passiamo intere pause pranzo a lamentarci del mondo. Ma quando sono uscita dal parcheggio, correndo in ritardo verso il primo incontro con Zac, ha iniziato a ridere e sorridere in modo esponenziale come poche volte le ho visto fare e quindi honey, it’s still pretty cool to have you by my side, supporting me doing all these crazy things.

L’INCONTRO: Zac e Zelain nella loro prima videocall

E quindi Zac sta dormendo sul mio tappeto da ieri sera, e sembra tutto bellissimo. Ha un anno e mezzo, forse due, e poco importa. Se avessi preteso un cucciolo appena nato piuttosto che un gatto già adulto, sarebbe risultato piuttosto innaturale e in contrasto con i miei ultimi dieci anni di storia. L’unica cosa che mi dispiace è che non posso sapere cosa ha visto e fatto in tutto questo tempo, e che non lo saprò mai. Ma come canta Claudione Baglioni, Zac la vita è adesso, so get ready to listen to Taylor Swift and dance with me in our kitchen.

Prometto di non intasare il mio Instagram con video e foto di Zac.

PS: e se non altro ho smesso, per una volta, di scrivere di cose di cui mi lamento!

PPS: Vuoi aiutare Chiara? Prenotati per giocare con Zac, e soprattutto occupartene durante un weekend a Lido di Camaiore. Compila subito il form nella sezione contatti!

Love you all,

Chiara (e Zac!)

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