Chiara, prima settimana di quarantena conclusa, rimetto oggi i jeans dopo una settimana (e solo perché i pantaloni della tuta sono tutti ad asciugare). Nessuno vorrebbe scrivere post come questo. Ma scrivere, è ancora una volta, l’unico antidoto contro la paura. E in queste settimane, per la prima volta dopo tantissimo, di paura mi sa che ne abbiamo avuta parecchio un po’ tutti.
Inizierò col fare coming out. Un livello di disagio estetico così basso lo avevamo toccato solo durante quella sessione invernale, passata a smaniare sotto la prosa incomprensibile di Carlo Emilio Gadda (per poi bocciare, alla prima domanda, con una domanda su Pirandello; succede.)

Ma tra le tante cose, se non altro, mi compiaccio dell’idea di non essermi trasferita in quel monolocale, e solo perché a due passi dall’ufficio, appena un mese fa. Sia mai che quel tanto inflazionato “non mi da positive vibes“, per una volta, non mi abbia salvata per davvero? Sia chiaro; quel meraviglioso techno-mono-design-locale sarebbe potuto diventare pure un bel gioiellino. Ma ho vissuto 24 anni a correre e costruire cose in un giardino, ed i restanti due a scrivere su questo terrazzo; e adesso che lavoriamo tutti da casa, la vista su questi tetti, battuti dal sole sfacciatamente primaverile, ha quantomeno il sapore di una piccolissima rivincita.
Personalmente (e sì, chissene frega del mio punto di vista) non mi spaventa restare altre settimane chiusa in casa; piuttosto, mi preoccupo del dopo. Ci sveglieremo tutti una mattina, e qualcuno di attendibile ci dirà semplicemente che è finita? Torneremo semplicemente a camminare accanto a persone sconosciute, senza temere il peggio? Non so voi, ma in questi giorni di non uscite e Netflix, vedere in video le persone che si toccano, si abbracciano, o anche solo parlano vicine, ha come il sapore della preistoria.

Quindi leggi, scrivi tantissimo, guardi documentari strani, e ti sforzi ad affezionarti a serie tv e programmi trash come guilty pleasure. Googli “coronavirus toscana” con una media di 5 volte al giorno, crolli a dormire alle 20:45, ti svegli di conseguenza ogni giorno alle 6:50 e te la fai prendere bene quando devi uscire a buttare la spazzatura.
Ho aperto la mia prima bottiglia di vino rosso da sola ed è sfigatissimamente (licenza poetica) durata quasi una settimana, cena dopo cena. Me l’aveva regalata mio babbo due anni fa, poco dopo il trasloco. “Tienila per le grandi occasioni, questa è pregiatissima.” Ma dato che solitamente per le grandi occasioni esco, direi che era arrivato senza dubbio il momento di aprirla.
Infine, la settimana scorsa ho perfino ordinato tele, pennelli e colori su Amazon, pensando di poter dipingere qualcosa per distrarmi. Sono arrivati e sono bellissimi. Ma la mancanza d’ispirazione comprensibile quando vivi chiusa in casa, e il continuo non voler iniziare oggetti di cancelleria stupendi, hanno fatto sì che siano ancora lì da parte. Apatia, here it comes.
Brevi note positive, per dar ragione a chi insegna che il bicchiere è sempre e comunque mezzo pieno. Ho la fortuna di poter continuare a lavorare da casa; e si, mi ritengo piuttosto fortunata. A dir la verità, da una settimana, mi sembra di lavorare anche molto di più. Le attività sono come triplicate, e non sono più ammesse pause. Anche se siamo diventati tutti più intimi e vicini. Ci siamo entrati in casa a vicenda, ci parliamo dalle cucine e dai soggiorni, e probabilmente anche in pigiama.

Call con amazing Lisa per discutere adorabilmente sul Content Schedule 
I cornetti integrali al miele del bar mi mancano più di qualsiasi altra cosa al mondo
Lavorare da casa mi ha permesso inoltre di conoscere, paradossalmente e per la prima volta, casa mia. Quello che finora si era rivelato solo come l’appoggio per tenere dentro le mie cose e tornare (non sempre!) a dormire, sta regalando inattesissime gioie.
Mai vissuta durante il giorno, se non i due mesi passati a scriverci la tesi, poco prima di lavorare subito full time, ho scoperto che dalle 9 alle 12 c’è una luce che filtra dalle tende del soggiorno che è una cosa devastante. E dato che la terrazza di casa mia è rivolta ad est (altra cosa che ho ovviamente scoperto molto recentemente), mi sento costretta a lavorare sul terrazzo tutta la mattina, fino alle 13, perché sono le uniche ore in cui ho la possibilità di sentire il sole addosso. E per chi come me, solitamente, passa la pausa pranzo seduta sui lungarni proprio perché necessita questa sensazione, la cosa di non avere un giardino o un terrazzo a 360° è davvero uno strazio.
Ma in fondo, non è davvero poi così male. Quando appunto va bene, mi sveglio con la voglia di traslocare MacBook, appunti e colazione fuori, riuscendo perfettamente a lavorare all’aria aperta. E vedere mio fratello correre in giardino, per me che pur abitandogli qualche piano sopra spesso non riesco a vederlo per settimane, più che una quarantena, sembra un regalo di laurea.

Non mi ricordo più il traffico, la stanchezza di uscire tardi da lavoro e il tempo ancora da impiegare per tornare a casa. Non mi ricordo com’era non avere tempo per far niente, ed impiegarne parte dello stesso per lamentarmene di non averne. Non mi ricordo più com’era correre tra un treno e un altro, per poi correre dietro a qualcuno. Ma quando finirà tutto, di botto, torneremo anche a non ricordarci più di questo silenzio assordante.
… updates will follow.
