Due giorni e mezzo di pioggia e riprese video a New York: Shirtmakers Do Not Scratch

Abstract, più una dichiarazione di intenti e stream of consciousness: New York toccata e fuga in 2 giorni e mezzo, passati a correre tra i sarti e teatri di Broadway e i negozietti di suppliers. A metà strada tra un teenage movie di Lindsay Lohan o delle gemelle Olsen ma come fossimo allo stesso tempo anche dentro Fame – Remember my Name. E mentre anche a sto giro mi sorprendo di aver scansato l’ennesimo esaurimento mentale, interrogandomi per l’ennesima volta su come ci sono finita a fare questo lavoro, ma senza sapere cos’altro potrei fare nella vita, resto seduta al gate in attesa che chiamino il mio volo e sorrido anche se le gambe mi fanno malino.

Lunedì pomeriggio, JFK. In aeroporto per la fine di un progetto super cute che anche a sto giro l’abbiamo toccata piano come sempre. Ma mi guardo intorno e mi è impossibile ripensare anche alla baby Ciara nel 2014 mentre perde il volo per Boston e piange per la partita dei Celtics nonostante i biglietti stampati da un mese, e tutto per colpa della neve e del traffico a Lower Manhattan durante quel sabato pomeriggio di Febbraio.

Che poi ultimamente l’America tanto simpatica come country non è che ci stesse così tanto, ma dopo questi giorni sono felice di non essere andata a Cuba l’estate scorsa, e del “non si sa mai, metti che poi ci devo andare per lavoro negli States, meglio non rischiare che poi non ci posso entrare per due anni.”

Che tra le tante cose brutte e assurde che mi ha detto mia mamma, forse, quella del “sarai una persona che farà un lavoro che le piacerà tantissimo e con passione” è una delle poche cose che gli è uscita giusta. E allora grazie New York che a sto giro sei stata così gentile con noi e col nostro pochissimo tempo a disposizione. Che gli americani via email le emozioni non le sanno trasmettere ma poi di persona son tutti carini, soprattutto se il progetto viene confermato a due settimane dalle riprese e devi organizzare tutto dall’altra parte dell’oceano “che mica andiamo a girare nel Mugello, Ciara, lì non conosciamo nessuno.”

Per il sabato pomeriggio col diluvio universale, con i jeans bagnati e le scarpe di tela piene d’acqua ma passato ad ascoltare vinili nell’Est Village da quei boni di A1 Record che mi hanno consigliato un album funky pazzesco, “di quella New York lá”, che non vedo l’ora di ascoltare mentre beviamo rosè e cuciniamo di sabato sera.

Per tutti i camion e furgoncini che si sono spostati con dolcezza quando mi avvicinavo al loro finestrino per chiedergli di andare un pochino più indietro o poco più avanti che per l’appunto ci impallavano proprio tutta l’inquadratura davanti al nostro teatro da riprendere a Broadway.

Cego, NYC

Per Carl che ci ha aperto il suo atelier appositamente di sabato mattina, quando dovevamo starci mezz’ora e poi siamo rimasti due ore a girare e a parlare della sua prima moglie che amava viaggiare più della seconda, del loro viaggio in Italia, di tutta la stoffa avanzata dal vestito del tour di Madonna che ci ha regalato, della camicia di Obama, quella per The Wolf of Wall Street, Joker e il mantra “Shirtmakers Do Not Scratch” che dalla scritta gigantesca sul muro che da sulla vetrata in Madison Avenue Square a quando ce l’ha spiegato perché siamo gente curiosa, ci è venuta voglia di tatuarcelo anche sul culo da quanto ci ha convinti. Se siete a Manhattan e avete improvvisamente bisogno di una camicia su misura dovete andare da lui, versarvi una tazza di caffè sul suo tavolo dietro l’entrata e farvi raccontare una delle sue storie.

Per il landlord super cute di Asta e proprietario del locale OTB in Brooklyn che dopo la seconda mattinata di riprese ci ha fatto sedere nel posto più bello del ristorante su cui filtrava la luce da fuori, ha spento pure la musica per farci fare le interviste col silenzio e poi ha risollevato i nostri cuori con hamburger vegani sotterrati dalle patatine dolci fritte più buone del mondo.

Per le scene rigirate sei volte, i tornelli della metro scavalcati a Marcy Avenue perché andava rifatta, per Empire State of Minds sentita ovunque ma che potremmo riascoltare ancora e ancora, e per tutti i cagnolini meravigliosi che ci hanno salutato vicino al fiume davanti allo Skyline di Manhattan mentre stavamo gelando dal vento, anche se era un’area no dogs. Siete wild.

Per Haley del Costume Design Team del Nederlander Theatre che dopo avermi ghostata via email e avermi fatto perdere anni di vita in attesa di una risposta alla fine ci ha fatto girare anche nello Studio ma senza riprendere tutti i costumi top secret dei vari show che abbiamo comunque potuto sbirciare.

Per tutti quelli che hanno risposto subito alle mail dicendo che ci volevano aiutare che “you’ll never know who will become a famous designer, so we need to be always kind”, ma pure per quelli che ci hanno detto di no o non hanno mai risposto che altrimenti non sarebbe stato quello che è stato e va bene così.

Per i bottoni che usava mia nonna sugli scaffali della signora Marple a Pacific Trimmings che quasi mi metto a piangere appena li vedo e quella super bionda di Cheryl di Manhattan Wardrobe Supply che non si capiva niente da quello che mi scrivevi via mail ma di persona sei veramente cool e grazie per avermi fatto spendere 50 dollari in prodotti per fare styling ai capelli che non userò mai nella vita perché per queste cose sono super pigra.

Per tutta la produzione fatta in due settimane dalla conferma del progetto, il budget da non sforare che quest’anno è un casino, i preventivi dei voli rifatti due volte al giorno su Skyscanner, per le mail ricontrollate con ansia fino alle 11 di sera prima di crollare che questi stanno indietro sei ore, per tutti i tbd, tbc e confirmed spostati sul drive sheet e tutto l’audio da selezionare e editare che mi farà piangere dalla disperazione seduta al secondo piano di Via Curtatone 1.

Per Asta che è stata bravissima a vincere questo internship, per aver proposto tutte le location e per aver tenuto botta anche con la febbre alta e l’influenza la settimana delle riprese. Per tutte le medicine e Agumentin che mi ero portata per lei just in case, che poi erano quelle di Biely che mi aveva dato per disperazione quest’estate quando ero in partenza per Zanzibar mentre lei invece stava a New York, e che a pensarci bene hanno fatto due volte il giro sia in Tanzania che in America per poi ritornare a Sesto Fiorentino senza esser state ingerite da nessuno.

Dream Team having lunch at OTB

Per Lore che tra il planning e quattro giorni insieme non mi sopporta più, che probabilmente non ci sentiremo per una settimana e non lavoreremo insieme prima di altre tre, ma che dream team anche a sto giro.

Quando pubblicherò questo post tutto il nostro lavoro sarà ovviamente già online e non veniteci a dire che non vi piace perché sono una persona schifosamente permalosa e infantile quando mi criticano i progetti creativi che finisco per amare così tanto.

Talk to you soon New York,

XOXO,

Ciara

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