Stasera scrivo di lavoro perché tutto il resto è noia

Si lo so, qui non ci si scrive da parecchio but I’m back

Abstract: Non sono solita parlare di lavoro qui sopra, ma l’ultimo anno è stato incredibile e quindi voglio concedermene il lusso per la prima volta. Giuro che alla fine si parla di lavoro ma solo nel contesto, che poi ci metto sempre un botto del mio. 

Stasera scrivo di lavoro perché tutto il resto è noia. Mr. Califano in realtà non centra niente, anzi se mentre leggete questo pezzo volete calarvi un po’ di più nell’atmosfera della mia cucina questo venerdì notte, la canzone da ascoltare e che sto ascoltando in loop mentre lo rileggo è questa – spoiler, alla fine di questi paragrafi si capisce anche perché.

Ma veniamo a noi. Quando si lavora nell’ufficio comunicazione di una scuola si è soliti fare il bilancio delle cose accadute a fine anno, e la fine dell’anno la si fa sempre coincidere con la fine dell’anno accademico. In realtà per me è sempre stato un po’ così – astucci, pennarelli e quaderni nuovi da annusare e utilizzare per la prima volta a Settembre hanno sempre segnato il vero nuovo inizio di tutto. La sorte poi ha voluto che in una scuola ci finissi anche a lavorare per davvero, so here we are

Nello specifico di lavorare in una scuola di moda, a detta degli altri, una delle migliori al mondo, i progetti con cui entri in contatto spesso si contaminano di tantissime altre cose – e quest’anno, per la prima volta dopo un botto di tempo, il mio lavoro mi ha finalmente portato anche lontano dalle aule e da questa città. So get ready and safe your belt per il debrief di 5 progetti che ho fatto davvero fatica a selezionare tra tutti per metterli qua dentro. 

Dubai Design Week – urbanisticamente senza senso ma è qui che ho avuto un’epifania 

È Ottobre quando in ufficio si palesa la possibilità di vincere cinque giorni alla Dubai Design Week per seguire il progetto di Shamal – un’installazione artistica all’interno del Design District (D3), durante la Dubai Design Week. A Firenze inizia a fare freddino, ma anche non troppo, e l’idea di lasciare tutti a casa e viaggiare da sola fino agli Emirati Arabi non dispiace per niente. Dopo uno scontro iniziale con i 16 gradi dell’aria condizionata contro i 35 esterni (“Se sto fuori brucio, se sto dentro congelo!”), Dubai mi ha insegnato che non importa quanto capitale tiri fuori, il savoir faire non si compra e spesso manco si impara (l’80% degli espositori erano italiani e francesi, che ve lo dico a fa!), che è paradossale ascoltare un talk di sostenibilità, che manco dice niente, accanto a fontane che danzano per centinaia di metri e che il buon gusto o ce l’hai perché ti è rimasto inevitabilmente attaccato con tutte le cose che hai potuto vedere oppure non ti si sviluppa, pensi comunque di averlo, vivi nell’ignoranza e stai bene così.

Dubai mi ha fatto questa impressione – gente a cui prende bene costruire grattacieli e lo fa, senza guardare cosa ci sia accanto, cosa ci sta intorno, se il tutto poi può risultare armonioso o meno urbanisticamente, pazienza. Oppure realizzano in mezzo al deserto un quartiere intero che chissenefrega se per raggiungere un altro distretto c’è solo la tangenziale e non si può camminare da un punto all’altro. (A very big MAH


Dopo giorni di Mall, grattacieli e aria condizionata, nell’ultima mattina libera prima del volo di ritorno mi sono fatta accompagnare dal super friendly driver Hafiz a visitare la parte della città che mi chiamava più di tutte. Business Bay? Ma ovviamente no: Old Dubai e i suoi souk ragazzi miei. Hafiz mi dice che posso stare tranquilla anche a girare da sola, che dopo essermi addentrata nell’ombra dei souk della nostra sponda avrei dovuto attraversare il fiume su una di quelle barchette precarie che però dice sono ok, sganciare un diram simbolico al tizio che la guida perché sono gestite dal governo, e di approdare dall’altra parte. 

Sarà stato il caldo di Novembre, tutti che mi urlavano Shakira mentre cercavo di contrattare a buon prezzo quanti più ciottolini e spezie possibili da riportare a casa, ma ritrovarmi a metà di quel fiume da sola, su una barchetta insieme ai beduini più poveri della città, mi ha dato come un pizzicotto sul braccio affinché potessi ricordare che in quel momento ero felice davvero, che stavo vivendo in parte la vita che volevo, e che le scelte di Settembre che avevano fatto un male cane avevano finalmente iniziato ad avere almeno un po’ di senso. 

L’ultima sera, a stomaco vuoto e ancora un po’ drunk da una festa super cool con l’open bar a cui ci avevano invitate (“Chiara ci dobbiamo andare che non ci invitano mai da nessuna parte!”) ho rimpacchettato tutte le mie cose, in una valigia che faceva fatica a chiudersi, e non solo per tutte le chincaglierie comprate scorrazzando qua e là.

Copenhagen Fashion Week – pensavo che era meglio d’estate e invece no 

Per seguire il field trip degli studenti di Fashion Marketing Management, abbiamo volato alla Copenhagen Fashion Week con un ricco plan di fashion show, concept store and so much more. Dopo averci passato l’Agosto di qualche anno prima, con il sole che sembrava non tramontare mai e le sue temperature idilliache, le aspettative erano davvero bassissime. Sono partita neanche fosse un’escursione per l’artico ed invece Copenhagen ha una luce invernale tutta sua, un freddo senza umidità che quindi si sta bene sempre, ed una fashion week inclusiva e molto più responsabile di tante altre. La classe aveva solo undici studenti uno più cool dell’altro, abbiamo creato un sacco di contenuti che sono andati benissimo e che mi hanno fatto capire quanto fossi sulla strada giusta nel voler continuare a creare una comunicazione di questo tipo e soprattutto partendo dal loro punto di vista – che è il triplo della fatica ma se poi funziona la fatica me la dimentico volentieri.

Cecilie Bahnsen nel mio cuore per sempre e giuro che se un giorno mi sposo per davvero mi compro un tuo vestito e poi lo riutilizzo per andare a cena al mare tutta la vita. La Sirenetta che “ma che ci vado a fare fin laggiù che tanto l’ho già vista” e invece è stato semplicemente inevitabile svegliarsi all’alba una mattina ed andare comunque a salutarla in qualche modo.


Tanto erano stati belli questi giorni che per la legge del contrappasso abbiamo avuto un ritorno da film di paura. Il primo volo da Copenhagen che parte e che frena di colpo invece di decollare, il pomeriggio passato a litigare in aeroporto per prendere un secondo volo che quando si è un gruppo di 15 persone diciamo che la flessibilità non è proprio il top, il volo Copenhagen-Vienna su cui abbiamo pianto e vomitato credendo di star per morire a causa delle turbolenze ed io che sedevo pure accanto ad una settantenne che continuava a lavorare a maglia (“Guarda te se devo morire così!”), ed il volo Vienna-Milano che non finiva più, con la ciliegina dei bagagli dispersi arrivati a Malpensa. Ma ciò che non uccide, fortifica sempre.

5 Giorni a Parigi con gli studenti di Fashion Art Direction – ma non vedevo l’ora di tornare a Casa 

A metà Marzo mi sono imbarcata sul field trip con l’ultimo anno di Art Direction, con un programma di exhibition e musei a Parigi che è stato praticamente il sogno di quando non facevo altro per potermi permettere di fare questo: praticamente la ragione dei miei ultimi quindici anni di vita. Parigi che per me aveva sempre significato il posto in cui scappare non appena qualcosa a casa girasse storto, e che invece in quella settimana ci ha dato il peggio tra rivolte e manifestanti, impalcature ovunque e cumuli di spazzatura che facevano a gara in altezza con i primi piani dei palazzi. 

Avete presente il camminare la mattina presto in una strada secondaria in una qualsiasi città spagnola? Quell’odore di sbronza e monnezza misto a caldo e a voglia di uscire da quel vicolo? Quello, ma amplificato, nelle strade di Parigi a primavera. Ma ci siamo riempiti gli occhi anche con cose molto carine tipo la Pinault Collection, Palais Galliera e la Fondazione Azzedine Alaiä che da quel giorno nel mio soggiorno c’è una foto del 1986 di Naomi Campbell e Azzedine nel suo studio di Parigi che a guardarla mi mette un senso di libertà assurdo e chi la toglie più da lì.


At the end anyway, è stata una di quelle parentesi in cui torni a casa che sei strafelice di averlo fatto ma abbracci comunque piangendo chi ti è venuto a prendere all’aeroporto alle 11 di sera perché non vedevi semplicemente l’ora di tornare a casa.

Anthos Graduation Show 2023 – Sì, avevamo anche Chuck Bass 

Diciamo sempre di voler scrivere un articolo su cosa significhi organizzare un fashion show di una scuola di moda, e poi non lo facciamo mai perché quando finisce ne abbiamo da fare tremila e non appena abbiamo finito anche quelle non vogliamo più pensarci. In realtà più che un articolo ci vorrebbe una troupe che seguisse cosa accade da Gennaio a Giugno nel nostro ufficio e a scuola. Differentemente da un brand, le collezioni e quindi i designer sono più di venti. I designer sono studenti che arrivano da tutto il mondo, ognuno con la sua storia, talento e sensibilità artistica. E per il resto non è che poi sia tanto diverso da quella di un vero e proprio brand. Soprattutto in termini di organizzazione, di lavoro, e roba su cui stare molto attenti. 

Dopo il tramonto nel Giardino Torrigiani dell’anno scorso, quest’anno abbiamo giocato in casa, ma non per questo è stato più semplice o abbiamo dormito sonni più tranquilli la notte. Si, avevamo anche Chuck Bass. Quando sono uscite le foto di Ed Westwick ho iniziato a ricevere messaggi anche da compagne del liceo che non sentivo da anni, e a momenti si parlava più di Gossip Girl, e delle nottate spese durante gli anni del ginnasio a cercare episodi in lingua originale online perché non potevamo aspettare quelli tradotti, che delle collezioni in passerella. 


Che poi, io non ho studiato moda, al massimo riesco a ricucire (e male) se mi si strappa qualcosa a cui tengo parecchio, ma gli outfit erano talmente ben realizzati che non accorgersene risultava difficile anche per una profana come me. Ma come ogni anno la botta dell’emozione più grossa colpisce sempre la sera prima, la sera delle prove. Sarà che hai la sensazione che tutto debba ancora succedere, il sentire la musica o l’orchestra suonare per la prima volta ma anche il senso di privilegio misto a stanchezza e adrenalina che anche se non ce la fai quasi più, non c’è altro posto in cui vorresti stare in quel momento. 

Last, but not least – ciao Babbo vado a scattare nel pit dei Pinguini Tattici Nucleari: 3 songs no flash 

Durante l’anno accademico capita di collaborare con artisti del mondo della musica, più o meno importanti, che decidono di vestirsi con outfit realizzati dagli studenti. Ma mai era capito di realizzare sei outfit totalmente custom made per la band che sarebbe andata in tour nei principali stadi italiani, quasi tutti sold out. 

Partiamo dicendo che per fortuna non sono mai stata una loro grande fan – anzi quasi non li conoscevo. Mi ricordavo solo del Sanremo a cui parteciparono e durante il quale, almeno tra di noi, li consideravamo tutti una brutta copia dello Stato Sociale che aveva tentato il festival l’anno prima e che non avevamo ancora capito bene cosa andassero a fare. Dico meno male, perché qualora avessi iniziato ad ascoltarti prima di conoscerli e dover documentare questo progetto, sarebbe risultato davvero difficilissimo rimanere seri e professionali. (Quindi con Mahmood e Ghali per favore, facciamo in modo di non lavorarci proprio mai che sennò addio.) 

Dopo i fitting a Firenze e Milano, è arrivata la data del concerto a Firenze, e quindi l’ultimo step per creare i contenuti per la nostra comunicazione. Quel 15 Luglio è stata la giornata per cui la Chiara di dodici anni continuerà a ringraziarmi per un bel po’. Altro che inner child, inner teenager e inner tutto quello che vuoi. Manco non avessi mai fatto un concerto, e pure in prima fila, che o si sta davanti oppure si sta a casa. È stata una delle cose più emozionanti per le quali ho lavorato da sempre.

Partiamo dalla ragazza della produzione che come entriamo nello stadio di pomeriggio ci mette al collo un pass per lo staff con stampato sopra il nostro nome (e il mio manco era sbagliato come sempre, incredibilmente!) Per incontrare il loro management per definire gli ultimi dettagli circa le riprese ci fanno entrare e sedere nello spogliatoio della Fiorentina. Che io sinceramente chi sia Jović e compagnia bella, attualmente non lo so. Ma di quando a undici anni andavo allo stadio con mio babbo indossando la maglia di Frey o dei pomeriggi in cui mio nonno mi accompagnava ad arrampicarmi ai cancelli dei campini per sbirciare gli allenamenti, questo me lo ricordo benissimo.

Per creare i contenuti del live mentre la band indossava i vestiti, abbiamo quindi avuto l’autorizzazione a stare nel pit per ben sei canzoni. Tra le mille cose che ho imparato quella sera, solitamente i fotografi possono rimanere nel pit solo fino alla terza (THREE SONGS, NO FLASH). Durante l’entrata nel pit avevo l’adrenalina a mille che manco avessi dovuto cantare io, ma in un momento di lucidità ho tirato fuori il telefono e ho registrato tutto il percorso per arrivare al centro sotto il palco. Tra le facce di tutti i ragazzi che aspettavano lì dalla mattina e verso i quali non potevo non provare tonnellate di empatia, al personale che ti salutava facendoti passare, e a quella sensazione che ti danno le cose solo quando sono sul punto di iniziare e ti senti che non ricapiterà tanto facilmente, è stato semplicemente ma-gi-co. 

Poi il live parte, e per quanto tu sappia di essere lì per lavoro e ti ripeta nel cervello che non puoi commentare, né cantare né urlare mentre fai i video, il cervello (che già è quello che è) finisce quasi per scoppiarti mentre in testa ti ripeti in loop “io non ci credo, io non ci sto credendo”. La prima canzone è Zen, e da quel momento non importa quante volte la riascolterò o quanto tempo sarà passato. Mi ricorderò solo di quel momento, del tramonto sopra l’Artemio Franchi e a tutto quel mix di emozioni confuse che stavo cercando di processare a modo mio. Sul palco hai la sensazione di veder suonare un po’ degli amici. Amici che indossano outfit realizzati da altri amici a cui vuoi bene, con 40.000 persone solo nella data di Firenze, che è la tua città, che gli tengono gli occhi addosso. 


Poi le sei canzoni finiscono ed esco dal pit con un sorriso in faccia che è impossibile da strappare via. Dopo essere stata là sotto mi sembra inutile continuare a fotografare o registrare qualsiasi altra cosa. Metto i telefoni nello zaino e finisco di ballarmi in solitudine e sudatissima tutto il resto del concerto nella parte finale del prato gold.

By the way; tutto questo mi ricorda che i giorni belli valgono molto più delle giornate di schifo, e che non possono né devono avere lo stesso valore. Continuo a pensare che se mi avessero detto che avrei fatto questo di lavoro quando avevo 12 anni (ma pure durante i mesi del Master quando di anni ne avevo 25), probabilmente non ci avrei creduto. E non posso non ringraziare qualsiasi scelta giusta o sbagliata che mi abbia portato quantomeno fino a qui.

Perché “le tue scelte sono scommesse, Ciara, come quelle di chiunque altro.”

Trust the process,
C

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