Questo non sarà certo il post più divertente che abbia mai scritto e vista la nausea, non ho il cuore di rileggerlo e sarà pure pieno di errori; quindi se non siete in vena di frasi a caso, a cazzo, senza senso più del solito, e soprattutto poco allegre, giuro che non mi offendo se questo non vi viene voglia di leggerlo.
Avrei voluto scrivere della giornata di sabato, che forse l’abbiamo toccata un po’ troppo forte, e quindi per pareggiare, oggi di schifo ne ha fatto parecchio. Ci tenevo a fermare nero su bianco il matching tattoos fatti per l’upcoming birthday di Lisa, manco fosse una canzone di Katy Perry, e dei 10 km a piedi sparsi per il centro che “mamma mia che bello, sembra quando facciamo le giratine in pausa pranzo, ma senza limiti di tempo.”
E invece questa pagina sarà incentrata sull’aver sfiorato una mezza catastrofe in macchina. La macchina da buttare, io per fortuna no; anche se la sensazione di schifo che ho adesso incollata addosso suggerirebbe proprio il contrario.
Vi evito i dettagli dell’incidente, del segno del rossetto sull’airbag scoppiato insieme a tutto il resto, e del segni degli airbag sulle mie braccia; di Lisa che arriva correndo con Kiwi in collo e cerca di calmarmi sussurrando cose in inglese perché ci guardavano tutti, della paura e dello shock che di solito riesco a gestire pure benino e che invece a sto giro proprio na mmerda, del viaggio in ambulanza che come cantavano gli Articolo 31 “fu per arrivare a te” e di quei secondi terribili che potessi dare qualcosa per tornare indietro e cambiare strada, giuro che lo farei.
Ma per fortuna è andato comunque tutto bene; mezzo di trasporto da ricomprare e palate di soldi che costerà sto giochino esclusi, chiaramente.
Adesso sono seduta col culo sul mio divano, andando contro tutte le raccomandazioni del dottor Vincenzo del Pronto Soccorso di Santa Maria Nuova e dei suoi “mi raccomando non fissare uno schermo per i prossimi tre giorni che fai un casino col collo.” Ma sappiamo tutti quale sia il mio rapporto con il sentir di dover scrivere cose, quindi anche se fa male, non riesco a farne a meno, soprattutto adesso. Sono quel tipo di persona che fingere che non sia successo qualcosa, in realtà, amplifica quel qualcosa stesso, e specie se mi fa schifo così; quindi adesso mi fermo, lo elaboro qui sopra e magari poi mi passa.
Trauma cranico e rachide cervicale; che qualsiasi cosa significhi attualmente si traduce in un forte malditesta, nausea e comunque voglia incredidbile di prendere a manate qualcuno. Non so se ci sia una nesso scientifico, ma io ho fatto lettere, quindi fatemi sapere un po’ voi.
Non ho idea della quantità di capelli che abbia perso tra un collare e un altro, ma se non altro quel dottore francese e i nomignoli incomprensibili con cui mi chiamava sorridendo, hanno aiutato un bel po’.
E poi pure il dottor Vincenzo, ci ha messo del suo per far passare bene quelle ore; era uno di quelli belli tosti. “E quindi cosa fai di lavoro? Raccontami un po’. Che cos’è quell’architettura strana che hai come sfondo del telefono?” E tutta una serie di argomentazioni che neanche fosse stato un first date, di quelle che i medici ti fanno per capire se ci stai con la testa.
“Fino a giovedì non puoi tornare a lavoro, ma già mi sento che avrai qualcosa da ridere.” “Sì, infatti, ecco in realtà mercoledì vorrei tanto essere in ufficio che dobbiamo lanciare un progetto bellissimo, venga che glielo racconto (…)” “Sembra proprio un bel progetto, e tu sembri stare bene se riesci a descrivermelo così; allora ti metto mercoledì, a patto che il prossimo shooting venite a farmelo qui in corsia. Ideona eh?”
Nel referto si legge anche: “Non sono stati osservati segni di danno cerebrale”, quindi dobbiamo dedurre che tutta la stupidità che mi esce quotidianamente deve essere proprio frutto di un’attitudine innata e totalmente incurabile, a quanto pare. E visto che sono Bilancia e ho bisogno di trovare il bello in tutto, mentre ero distesa su questo lettino nel bel mezzo di un corridoio gelido in palese stato di shock con un collare che mi impediva qualsiasi movimento, ho iniziato a guardarmi intorno fin dove riuscissi ad arrivare, per scorgere cose carine che non fossero grigi contro-soffitti o profili di persone ricoperte di cuffie e mascherine. E se è vero che chi cerca trova.. here we are!
Il muro laterale di quel corridoio piuttosto asettico, lasciava intravedere tracce della struttura originaria, con tanto di targhe che ne spiegassero nei dettagli la storia. E allora, giusto per capire se il cervello fosse sempre quello di una volta, le ho lette talmente tante volte da impararle quasi a memoria (versione inglese compresa, che te lo dico a fa.)
“Frangipani, vieni che ti dimetto e torni ad essere una cittadina libera.”
Così esci da Santa Maria Nuova, tremi dal freddo senza senso di un fine Aprile che di senso non ne ha mai avuto, e Firenze è lì che ti guarda, e sembra dispiaciuta quanto te. Quella luce che si scontra contro il rosso del duomo, che ti chiama a casa, e un po’ meglio, a modo suo, ti ci fa pure sentire.
In conclusion: post senza foto perché non mi pare proprio il caso; quelle della macchina fanno davvero schifo e i selfie in barella dal pronto soccorso sono per pochi ed intimi intenditori. Sono senza macchina fino a non ho manco idea io quando e ho due giorni per prepararmi psicologicamente a fare 10km in bici la mattina per andare a lavoro.
Facciamo un patto e che non piove per le prossime settimane?
Love,
C.
