Abstract: 18 Febbraio 2021. Dopo un anno più o meno esatto dall’inizio della pandemia, ho ricevuto il vaccino Astrazeneca contro il Covid-19. Qui dentro, il racconto delle passate 24ore successive all’iniezione, adesso che mi sono finalmente ripresa ed ascolto Paul Kalkbrenner con un sentimento crescente di serenità e speranza verso un mondo migliore.
Spoiler: quanto segue non ha nessuna valenza scientifica; è solo un disperato tentativo di tornare nella civiltà e alla ripresa di facoltà intellettuali dopo un intero giorno in alternanza tra Netflix e il collassare.
Rewind; partiamo dalle basi. “Perché hai ricevuto il vaccino?” In quanto personale scolastico, anche se non docente, ho avuto la possibilità di potermi prenotare per il vaccino anti schifo covid-19. Le prenotazioni si possono effettuare tramite il sito della Regione Toscana, e sono sempre quasi tutte sold out. Allora, sulla base dell’esperienza degli esami universitari, abbiamo provato a farci venire un infarto impostando la sveglia alle 23:58, credendo che le prenotazioni si riazzerassero a mezzanotte; ma niente. L’unica soluzione era solo refreshare quella pagina, ogni volta che la cosa ci tornava in mente, e sperare bene.
E fu così, che durante l’ultimo sabato pomeriggio di una Firenze in zona gialla, uscimmo a bere al Mad in Santo Spirito. “Ragazzi, per il menù c’è il QR Code sul tavolo.” “Ah guarda, fammi refreshare questa tab qui dietro con le prenotazioni, che non si sa mai.”
Panico. Per la prima volta, quella lucina verde dei posti disponibili era lì: tanto bellina quanto effimera come quella di Gatbsy dall’altra parte del molo bramando gli occhi di Daisy. Allora inserisco i dati, mi faccio dettare il codice fiscale (che non ho mai imparato a memoria) da qualcuno (per una volta!) meno impanicato di me. Firenze, posti esauriti. Arezzo, disponibilità 18 Febbraio: confermato. E forse un giorno potremo affermare che a salvarmi la vita è stato un gin di sabato pomeriggio.
Quindi si parte. Stampo una quantità di fogli più o meno incomprensibili con una lista di possibili sintomi che fa rabbrividire anche a leggerla di sfuggita, e si va.
“Honey, ma sono sicuri che ci fanno firmare tutte ste cose?” “Si dai honey, se leggi il foglietto dell’aspirina ti prende male comunque.”
Ore 9:50. Il Centro Congressi di Arezzo trasformato alla meglio in un ambulatorio per le vaccinazioni, con gli imponenti impianti audio agli angoli del palazzetto e un’infermiera che mi chiede i dati dentro una sorta di guardaroba.
Step 1: Evidenziano il mio nome in anticipo all’interno di una lista infinitesimale con un super cool yellow evidenziatore.
Step 2: Consegno parte di quei moduli ad una sorta di accettazione, e poi vado a sedermi in mezzo a una generazione di palesi insegnanti del liceo; un’infermiera urla in loop dall’altra parte della sala “Avanti! Avanti!” e mi ci vorranno almeno 10 minuti per capire che forse avrei dovuto chiedere chi fosse l’ultimo prima di me, visto che mi stanno fissando tutti perché non mi sto alzando.
Nel frattempo la mia partner in crime Lisa, viveva la stessa cosa in un ambulatorio di Empoli.

Step 3: Un’altra infermiera gentilissima si prende l’altra parte della mia documentazione; è super felice, mi chiede se ho domande, ha una nail care pazzesca rosa shocking tutta super glitter come una real fan di Taylor Swift e giuro di esserci rimasta palesemente molto male non appena ho capito che non sarebbe stata lei a farmi diventare super special con quel vaccino.
Step 4: Altro posto a sedere, altra fila (questa volta ho monitorato la situazione e ho tenuto il conto sapendo esattamente quando sarebbe toccato a me).
Step 5: Appena è il mio turno, entro in questo agglomerato di plastica, dove un simpatico infermiere coloratissimo rompe subito il ghiaccio con un bel “Pronta a diventare un alieno? Dammi il braccio!”

Step 6: “Sedetevi qui e contate 15 minuti. Se non vi siete sentiti male, potete firmare ed andare via.”
Esco soddisfatta e felice con la sola voglia di rientrare in ufficio quanto prima. Inizia il malditesta, ma non so decifrare se sia già colpa del vaccino oppure delle ripetute telefonate di lavoro in viva voce in macchina di mio babbo, che mi sta riportando a Firenze (special thanks to Serge per il prezioso servizio di navetta Firenze-Arezzo and return). Poi arriva la nausea, come una climax per tutto il pomeriggio, e riesco a malapena a rientrare a casa alle sei di pomeriggio prima che si scateni l’inferno. Welcome to hell.

Febbre altissima e dolori muscolari che neanche dopo la Deejay Ten senza troppo allenamento. E allora Tachipirina 500 che se ne prendi due diventan mille grazie a Calcutta che ce ne insegna sempre una di troppo, e un’intera notte a sudare e sentir freddo come nel peggiore degli ossimori.
“Ma chissà se tutti quelli che erano con me stamattina a quest’ora stanno morendo nel letto come me.” Di loro non lo sapremo mai, ma io e @AlmostFiorentina ci siamo lamentate ad ogni ora, anche nel sonno, tramite la telepatia.

Sono state 24 ore piene di forti emozioni; possiamo dire così. Ma adesso che la febbre è passata, dopo aver imprecato contro ogni specie di pipistrello e pangolino esistente, ed è tutto tornato più o meno AL TOP nel mio corpo, scrivo che è andato comunque tutto bene, e che è stata una fortuna immensa aver avuto questa opportunità.

Final thoughts:
Quindi, dicevamo? Io di lavoro faccio i post su Instagram, gestisco progetti cool, compilo report e ogni tanto scatto foto che escono bene. Non ho la minima idea di cosa sia giusto o sbagliato fare a livello medico e sanitario, né tantomeno mi riservo la presunzione di farmene una. Ma penso che per ogni contesto ci sia solo da affidarsi a chi, per decidere il meglio, qualcosina in più di te sulla materia, forse l’ha studiata. Quindi fatevi ‘sto vaccino appena possibile che vogliamo tornare tutti a sudare in mezzo ai concerti, piuttosto che nel letto con la febbre a 40.
Love you all,
C.
