The way we were: ritorno al futuro

Se avessi passato un “bel weekend” tutte le volte che me lo sono sentito augurare il venerdì pomeriggio in ufficio, sarei sicuramente una persona migliore. Non posso averne la certezza, but you know; me lo sento parecchio. Però a sto giro, a quanto pare, i sortilegi devono essere stati ascoltati realmente da chi di dovere: so this is it!

Sono infatti reduce da un weekend di cui solo adesso trovo la voglia di scriverne; e forse solo perché piove parecchio. Riassunto nella voglia, forse sbagliando, di non aver saputo aspettare ancora, e in quei circa 25 km percorsi a piedi per riprendersi i propri spazi, come seguendo un vero e proprio istinto animale. Chilometri che sembravano davvero pochi da percorrere, se paragonati a qualche mese fa, e di cui adesso, le mie ginocchia, sembrano continuare a lamentarsene più di quanto mi piaccia ammettere. Ma ho camminato; quasi come per voler controllare che fosse rimasto tutto come e dove l’avevo lasciato io, continuando a innamorarmi di queste piazze e strade che manco non ci camminassi dentro da ventisei anni. E da quanto mi appartengono, devo ammettere che la voglia di fotografarle mi faceva quasi vergognare del sentimento stesso. Come fosse un comportamento occasionale o di chi non le avesse mai viste prima, così da tradirne quel senso di appartenenza che non mi sradica da qui; ma che vi devo dire. In questi mesi ci sono posti e sensazioni che mi sono mancati più di tantissime persone e con i quali non potevo certo videochiamare.

Due giorni in cui è sembrato semplicemente che tutta la paura fosse spaventosamente scomparsa di colpo. Anche se ormai con quella mascherina ci conviviamo in tre, ansia inclusa, da un pezzo; e per quanto mi riguarda, tale da dimenticarmi di indossarla anche quasi prima di sbatterci sopra un gelato, una schiacciata sexy del vinaio, o un’altra miriade di cose che ho mangiato per strada, come se fosse un normale sabato pomeriggio (e di cui mi pentirò sicuramente, intolleranze incluse, ma se non altro ho goduto parecchio.)

Ma Firenze era sempre stata lì, e così tutto il resto. E camminando, sentivo solo di averla ritrovata giusto un po’ più trascurata del solito, un po’ come noi. Che poi, neanche tanto. Con tutta quell’erba molto più alta di quanto mi ricordassi, specialmente in posti in cui forse neanche l’avevo mai vista prima. Tipo i marciapiedi ragazzi: adesso a Firenze sono nati i cespugli romanticamente pure in mezzo al cemento.

E da adesso, ognuno col proprio ritmo, riproveremo a riprenderci, frastornati, i propri spazi in città; le nuove vecchie abitudini, i rumori che sembrano ovattati, e tutte quelle cose che ripetevamo in schema da una vita, senza neanche pensare di starlo seguendo, quello schema. Un giorno a settimana in ufficio, 10 ore a camminare fuori di casa il weekend, l’autostrada verso Roma nel fine settimana, and repeat.

Ma di fine settimana carini ne passavamo per fortuna parecchi. E menomale, visto che rappresentano il carburante emotivo per trascorrere al meglio i successivi cinque giorni in ufficio (e chi mi conosce sa quanto ami lavorare, per di più.) Ma sai di essere stato bene davvero solo quando ti viene quella cosa un po’ così, da farti star male, sopra la pancia, la domenica sera, specie se dopo le 21. E soprattutto se ti dura fino alle 22, ma del lunedì successivo.

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