“Stasera chiudo gli occhi ma non dormirò; perchè dopo un Frangipani che arriva adesso un altro se ne va, e il bilancio, beffando, sembra non bastare o tornare mai. Adesso che non ci saranno più i tuoi racconti, i tuoi giardini, il ruscello di Legri o le carte in terrazza con una sola sigaretta e solo perchè era estate. Adesso che con te porti via anche la memoria dei tuoi numerosi racconti e le storie della tua guerra, di cui con frustrazione ricordo ora solo pochissimo, e che per colpa di questo mio sempre andare troppo veloce non abbiamo avuto il tempo di registrare o fermare un po’. Sento se ne sia andato anche un po’ della storia di tutti, e pure un po’ per colpa mia; mi scorrono solo davanti un sacco di momenti persi per strada e che avrei potuto o dovuto forse riempire molto molto meglio. Quei tuoi “Chiara sei una brava figliola, ma ogni tanto stai anche un po’ calmina e ferma”, supportati da un’intera infanzia passata invece a costruire cose assurde con scatole di cartone e nastro adesivo, sporcando tutto il salotto di una Nella più giovane, un po’ arrabbiata, e stanca. Il tuo voler sedere di una volta sempre fuori in terrazza, a ripassare il profilo di un Monte Morello da lontano. Il nostro urlare il tuo nome fuori dal finestrino ridendo, quando passavamo con la macchina, e tu che alzavi una mano per poi sorridere. Poi i miei “Gino domani vo in Spagna” anche quando i viaggi erano molto più distanti, gli interminabili pranzi della domenica, e quell’albero di Natale che, dai confessiamolo: ci è sempre venuto un gran schifo, anno dopo anno, ma nessuno ce l’ha mai voluto palesare. Fermo immagine, forse anche più di uno: una bicicletta arrugginita rossa e bassa su cui riuscivo a salirci in piedi anche se andavi piano. I campi infiniti di non ricordo dove, la giornata passata in campagna a cogliere pesche, un Borgo San Lorenzo sfocato, un’amaca sulla collina più alta e un vecchissimo pallone da calcio irrimediabilmente sgonfio. I sassi delle lunghe estati sulle spiagge di Cecina, le camicie a mezze maniche col taschino, e poi il tuo farsi sempre più piccolo, fragile, e tutte quelle camicie che hanno iniziato piano piano ad allargarsi. Gli ultimi mesi fatti di quel non riconoscersi ogni tanto, del non vedersi quasi più, del non parlarsi quelle poche volte che ti venivo a trovare, e di adesso che non avremo neanche più il bisogno di fare tutto questo. Se scrivere è l’unico modo che conosco per fare quasi tutto, è così che mi rifugio ancora una volta nel vecchio mezzo, sperando sia abbastanza, per provare ad accennarti questo strano, confuso e un po’ impacciato, semplice “ciao”.”

